Contro il padronato e il governo che vogliono farci pagare la crisi del capitalismo

TERAPIA D’URTO!

Lo sciopero generale del 12 dicembre è stata la prima risposta che il mondo del lavoro, nel suo insieme, ha dato alla cassa integrazione, alla disoccupazione, alla precarietà e ai bassi salari. Perché è questa, e non da ora, la prospettiva che il governo e il padronato hanno aperto a milioni di operai e di impiegati, a milioni di precari, di disoccupati, di studenti, di pensionati. I vertici del sindacato non hanno certo brillato per tempestività, ma la buona riuscita dello sciopero e delle manifestazioni potrà influire positivamente sugli ulteriori indispensabili passi che la classe lavoratrice deve compiere.

Alla vigilia dello sciopero generale, il segretario organizzativo della Cgil, Enrico Panini, ha detto: "I nostri terminali sul territorio ci dicono che le assemblee sono mediamente più affollate rispetto ad altre indette unitariamente a Cisl e Uil nel passato. Tutte conferme del fatto che le persone sono convinte che serva una terapia d’urto per una crisi che è senza precedenti, perché in poco più di un mese ha cambiato il quadro economico di intere realtà produttive del paese, arrivando anche dove si pensava che mai sarebbe arrivata o che, comunque, lo avrebbe fatto più in là nel tempo".

È vero, serve una terapia d’urto. Ma una terapia che sposti il peso della crisi dalle spalle dei lavoratori e dei ceti popolari a quello dei grandi industriali, dei banchieri, dei loro profitti e delle loro rendite!

Tra gli slogan lanciati dalla direzione nazionale della Cgil per la mobilitazione del 12 c’era "più salario". È giusto. I salari e gli stipendi sono da moltissimo tempo sotto ogni livello di decenza. Ma allora perché non si fanno cifre, perché il più grande sindacato del paese non è in grado di scrivere "quanto" salario in più? Perché non trasformare la denuncia dei bassi salari italiani in una rivendicazione generale di aumento che unisca tutte le categorie del lavoro? In Francia, ad esempio, in molti settori della classe operaia, si è fatta largo la parola d’ordine di 300 euro di aumento per tutti. Perché non fare propria questa rivendicazione?

Dire "più salario, più lavoro, più pensioni e più diritti" è giusto, ma occorre una piattaforma di rivendicazioni semplici e chiare che rendano concreti questi slogan. E non si tratta di rivendicare genericamente misure "contro la crisi", proseguendo nella linea disastrosa del "sindacalismo responsabile" che ha prodotto l’abolizione della scala mobile, il blocco dei salari, la controriforma pensionistica, che ha aperto il varco alla precarizzazione del lavoro. La crisi è il risultato naturale di una rincorsa ai profitti che ha trascinato i lavoratori di tutto il mondo, da almeno trent’anni a questa parte, sempre più verso il basso. La crisi non è un’anomalia del capitalismo ma una delle sue più tipiche manifestazioni. Per questo motivo non si può essere genericamente "contro la crisi" ma si può e si deve essere contro chi intende far pagare questa crisi ai lavoratori per conservare i propri privilegi.

Ovunque si legge, lo si dice anche nel sindacato, che le "risorse sono scarse". In questo modo, lo si voglia o no, si scoraggiano i lavoratori. In questo modo si spiana la strada all’imposizione di nuovi sacrifici a senso unico. Il governo Berlusconi ha messo a disposizione del sistema delle banche i soldi della collettività. La stessa cosa stanno facendo i governi di tutto il mondo. Le risorse ci sono, dunque, ma vengono destinate a sostenere i grandi centri dell’accumulazione capitalistica. Oltre a questo, non bisogna dimenticare gli enormi profitti che le grandi e medie imprese italiane hanno fatto negli ultimi dieci anni e che non si sono certamente dissolti nell’aria.

Dunque le risorse nella società ci sono. Si tratta di imporre un loro utilizzo a favore in primo luogo dei salari e dei posti di lavoro. Solo la forza dell’insieme del movimento operaio può mettere in atto questa "terapia d’urto". Occorrono rivendicazioni chiare e un piano di lotte e di mobilitazioni per sostenerle. Se i lavoratori, come altre volte è accaduto nel passato, mettono in campo tutta la loro forza, non c’è governo che vi possa resistere, non c’è "legge economica" che non vi si possa piegare.