Crisi per chi? Imprese, banche e capitale finanziario scatenati alla ricerca di chi salderà il conto della loro economia di rapina. Mentre tutti i Governi si apprestano a far sparire nella voragine della crisi quanto avevano già spremuto dall’unica classe sociale che paga interamente le tasse – i lavoratori dipendenti – già si pensa a come diminuire per questi ultimi le tutele di cui ancora in parte godono.

I LAVORATORI NON DEVONO PAGARE LA CRISI

Il capitale comincia a contare le vittime di una recessione su scala planetaria, cominciata con la crisi dei mutui nelle banche americane e dilagata poi rapidamente nella cosiddetta economia reale. La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha dichiarato che la produzione industriale in Italia è diminuita a novembre dell’1% rispetto a ottobre 2008, del 5,3% rispetto a novembre 2007. A questo punto, ribadisce la Marcegaglia, lasciamo perdere il tetto di deficit del 3% stabilito dai parametri di Maastricht: "Servono misure forti per le imprese e le famiglie, di importo molto superiore ai 4-5 miliardi di euro su cui lavora l’Esecutivo" (La Stampa, 28.11.08).

Quando questi personaggi parlano di "famiglie" non si capisce bene a cosa si riferiscano, mentre sono molto chiari sugli aiuti alle imprese, e di solito ottengono quello che vogliono. In tutta Europa e nel mondo si stanno attrezzando, perché evidentemente la crisi non si fermerà qui. Non si tratta più soltanto di banche e istituti finanziari, ora anche le imprese produttive sono coinvolte. La francese Peugeot Citroen ha annunciato il taglio di 3500 posti, e ha previsto minori vendite nel 2009 del 10% rispetto al 2008. La tedesca Basf, primo produttore della chimica mondiale, annuncia stop alla produzione in 80 fabbriche e tagli di attività in altre 100, con 20.000 lavoratori colpiti in diversa misura. I grandi produttori di auto tedeschi Volkswagen, Mercedes, BMW, Opel, chiuderanno gli impianti per qualche settimana nel periodo natalizio. L’industria farmaceutica anglo-svedese Astra Zeneca ha annunciato una ristrutturazione che comporterà 1.400 licenziamenti e la chiusura di tre fabbriche, in Spagna, Belgio e Svezia. L’agenzia di rating Fitch prevede l’Europa in recessione per il 2009, e la ripresa solo a metà del 2011. Secondo i calcoli di quest’agenzia, le vendite di auto diminuiranno dell’8% quest’anno e del 12% il prossimo. Il giornalista che riferisce queste notizie sul Corriere della Sera del 21.11.08 commenta con evidente solidarietà ed esemplare cinismo: "Fino a un anno fa, tagliavano posti per migliorare i profitti e le loro azioni salivano in Borsa, adesso tagliano per tentare di salvarsi e le azioni crollano. Da un’estate a un inverno, senza mezza stagione." Superflua ogni attenzione per i lavoratori coinvolti, visti come semplici appendici da tagliare o infoltire, a seconda delle esigenze delle varie imprese, e per i quali ogni stagione può essere inverno. Senza mezze stagioni e senza estati, profitti o non profitti, crisi o non crisi.

E’ evidente che con la crisi l’inverno sarà ancora più inverno. L’ultimo decreto varato dal Governo si occupa unicamente di un compassionevole obolo di carità alle fasce di indigenti della popolazione, con una ridicola carta di credito da 40 euro mensili, che pare molti esercizi commerciali nemmeno accettino. Nella marea di provvedimenti presi dai Paesi occidentali per sostenere le Banche, il sistema del credito, gli sgravi alle imprese, nemmeno uno riguarda un’azione di freno ai licenziamenti o il sostegno dei salari. Anzi, ci si occupa casomai di come utilizzare la crisi per smantellare le ultime garanzie a protezione del lavoro, che ormai vengono definite senza vergogna "privilegi". Si tratta della possibilità di interventi come cassa integrazione per più di 2 anni, indennità di mobilità, prepensionamenti, di cui godono i lavoratori a tempo indeterminato delle grandi imprese, i cosiddetti lavoratori garantiti o insider, un bel termine anglosassone per definire i "fortunati", che non perdono automaticamente il posto di lavoro. In un articolo su Corriere Economia del 24 novembre, il solito commentatore commisera spudoratamente gli outsider, ovvero i lavoratori non garantiti, dai dipendenti delle piccole imprese con meno di 15 dipendenti ai figli delle riforme del mercato del lavoro: collaboratori, consulenti, apprendisti, contratti a termine, interinali. Sembrano figure studiate apposta per le situazioni di crisi, tutta gente usa e getta, l’ideale per i tempi di espansione ma anche facili da eliminare, senza seccature come "scioperi, manifestazioni, sit in davanti alla Camera", chiosa il commentatore di Corriere Economia. Ovviamente sarebbe meglio poterli dotare di sicurezze, ma sfortunatamente le risorse che sono disponibili per le Banche e le imprese non bastano per loro. Non ci sono fondi! "Ancora una volta non sarà possibile garantire il diritto al sostegno al reddito a chi non ce l’ha mai avuto e ne avrebbe più bisogno. Le risorse non ci sono, dice il governo. E finora sono state spese interamente o quasi per gli insiders. Tutto ai padri e niente ai figli". Certo: se non ci sono soldi per i figli, è perché sono troppo ingordi i padri…

Il passo successivo è molto semplice: perché mai garantire ai padri se non si garantisce ai figli? A dimostrazione che in queste faccende destra e sinistra la pensano allo stesso modo, il senatore del PD Pietro Ichino, cui spetta il conio del termine "fannullone" per i dipendenti pubblici, tira fuori dal cilindro la sua proposta, in un’intervista sullo stesso giornale: "Assunzioni definitive per tutti, possibilità di attuare licenziamenti per motivi economici e organizzativi in modo snello." Praticamente l’abrogazione occulta dell’art. 18, prevedendone l’applicazione "soltanto nei casi di licenziamento disciplinare e contro quelli discriminatori, non ai processi di aggiustamento industriale". L’opportunità prevede un baratto: sussidi ai disoccupati a carico delle imprese disponibili. Prevede anche un’opzione non sostituibile: lavoratori acquiescenti, impauriti e incapaci di reazione.

Tra gli obiettivi di Governo e Confindustria quest’ultimo è un obiettivo prioritario. Le sconfitte subite rischiano di costringere all’angolo i lavoratori, di convincerli che non esiste più un terreno comune che rende tutti più forti, ma un’infinità di problemi individuali che mettono gli uni contro gli altri. Sanno bene che spezzando qualsiasi difesa collettiva potranno ridurre ogni lavoratore a una lotta impari, nella quale non può che essere schiacciato.

Non serve pensare di risolvere i problemi sul piano individuale. I lavoratori non hanno altra via d’uscita che ritrovare la forza di reagire.