Come un fiume in piena. Da settembre a oggi, siamo passati da una situazione di produzione a pieno ritmo e livelli discreti di occupazione alla fermata dell’altoforno, con quasi 2000 lavoratori in cassa integrazione. Ancora una volta i lavoratori pagano una crisi che non hanno provocato.

SPENTO L’ALTOFORNO A PIOMBINO

Con la prima settimana di dicembre si ferma anche l’altoforno, mantenuto solo a riscaldamento con cariche di coke "in bianco", cioè di semplice manutenzione. Non più tardi di due mesi fa, si sarebbe faticato a immaginare gli sviluppi della crisi, che oggi ha assunto dimensioni tali da mettere con l’acqua alla gola i dipendenti della Lucchini, dell’Arcelor Magona, delle ditte collegate. Le prospettive vedono cassa integrazione per 1.600 lavoratori diretti, e altri 500 delle ditte d’appalto.

La rapidità nell’estensione dello stato di crisi ha travolto qualsiasi illusione di limitare l’intervento di cassa integrazione ai primi 450 lavoratori che già si trovavano in ferie forzate o cassa fin dalla metà di ottobre; ha stupito però anche la velocità con cui l’amministrazione della fabbrica e – sembrerebbe – l’intero mercato dell’acciaio hanno reagito alla crisi finanziaria. Se le prime avvisaglie del cedimento dei marcati finanziari, almeno le più evidenti, risalgono a settembre, il crollo delle commesse di acciaio sembrerebbe stato immediato: già a ottobre era chiaro che i lavoratori delle industrie siderurgiche piombinesi non se la sarebbero cavata con poco.

Che la produzione sarebbe rallentata, era immaginabile. Ma che il blocco sia stato così repentino, fa sorgere molte domande. Secondo alcuni osservatori, il destino della fabbrica non è limitato soltanto alla sorti della produzione nello stabilimento piombinese, ma alle strategie del gruppo Severstal del russo Mordashov, a cui appartiene la proprietà. Sicuramente le industrie che utilizzano l’acciaio hanno rallentato la produzione, senza dubbio però al momento il colosso russo ritiene più vantaggioso fermare tutto, approfittando delle opportunità offerte dalla cassa integrazione, dopo aver sfruttato l’opportunità degli ultimi tre-quattro anni, durante i quali il settore dell’acciaio è andato a gonfie vele e ha incassato profitti stratosferici. Ai tempi, i lavoratori non sono riusciti a individuare la differenza tra vacche grasse e vacche magre, perché nonostante gli anni di produzione record i loro salari non sono cresciuti. Qualche boccata di ossigeno si era avuta soltanto con l’occupazione, con diversi giovani neo-assunti a contratto precario o come apprendisti. Ora che siamo in vacche magre, la proprietà ha intenzione di rimetterci il meno possibile, e richiede da subito gli interventi di cassa integrazione.

Oggi gli unici ordini che reggono, almeno stando a sentire la direzione della fabbrica, sono quelli per l’acciaio delle rotaie, mentre mancano le commesse per la vergella e altri prodotti siderurgici. Una ripresa della produzione a pieno ritmo sembrerebbe prevedibile – nella migliore delle ipotesi - solo nella seconda metà del 2009, ma i vertici della fabbrica ipotizzano anche un 2009 non diverso da questo ultimo trimestre 2008; anche dopo la ripartenza dell’altoforno, prevista a metà gennaio, si fa capire che la produzione non andrà oltre i livelli attuali, cioè non più del 60% di quella precedente alla crisi.

E nel frattempo? Alle rappresentanze sindacali non resta che discutere gli strumenti per limitare l’impatto sociale del disastro. La prima data prevista di scadenza della procedura di cassa integrazione è l’11 gennaio prossimo, dopodiché le organizzazioni sindacali hanno già richiesto un meccanismo di rotazione, e il mantenimento della maturazione dei ratei di tredicesima, premi di produzione e risultato anche per i cassintegrati. Restano i lavoratori che le vacche grasse avevano richiamato in fabbrica, i contratti di formazione e apprendistato, gli interinali, gli assunti a tempo determinato che avrebbero dovuto entrare definitivamente dopo 18 mesi. Oggi di assunzioni al posto fisso naturalmente non se ne parla più, ma per il momento di conferma dei contratti a tempo determinato per dieci mesi, e di trasformazione degli altri tipi di contratto in tempi determinati, il che permette di usufruire almeno della cassa integrazione. Ma questo vale solo per la Lucchini e per le ditte di maggiori dimensioni, non per le altre ditte di appalto, non per quelle che assumevano a "paga globale" - senza diritti e senza tutele – molti lavoratori, buona parte dei quali extra comunitari, sbattuti sulla strada dalla sera alla mattina. Il costo della crisi lo pagheranno i lavoratori in prima persona.

Naturalmente la situazione non è diversa alla Arcelor Magona, dove mancano gli ordini per la lamiera zincata, e la risposta immediata è stata la fermata dello stabilimento a partire dall’8 dicembre fino al 12 gennaio, con cassa integrazione per 150 persone, da subito per chi non ha ferie arretrate da smaltire. La Arcelor-Mittal, proprietaria dello stabilimento Magona di Piombino, è il primo produttore di acciaio del mondo, e a quanto pare sta subendo rallentamenti ovunque. Negli Stati Uniti il calo degli ordini è circa del 40%, e la reazione è stata immediata: licenziamento di 2400 dipendenti del suo stabilimento di Burns Harbor. Non è un buon segnale.