Le nostre emergenze: salari e posti di lavoro.

Gli alti e bassi delle borse tengono col fiato sospeso banchieri, industriali, economisti, uomini di governo.

Ogni segno di apparente ripresa è seguito da un nuovo scivolone ancora più in basso. Le banche continuano a non fidarsi l’una dell’altra e dappertutto sono i forzieri di stato che vengono in soccorso al sistema finanziario. I governi cercano di creare un nuovo clima di fiducia giocando l’ultima carta: lo stato, il potere politico come garante supremo dell’ordine capitalistico.

Ministri economici e dirigenti delle banche centrali elaborano le loro ricette contro la crisi, studiano nuove forme di regolamentazione bancaria e nuovi interventi di stato, rivalutano (ma guarda un po’!) l’economia reale, contrapposta a quella cartacea, virtuale e artificiale dei "subprime", dei "derivati" e di tutti i "prodotti" finanziari che, solo ora si scopre, in realtà non producono alcuna ricchezza materiale, ma sui quali tutti i consigli di amministrazione delle più grandi imprese hanno sempre speculato.

Ma ora è anche l’economia reale ad essere in crisi. Una nuova ondata di chiusure di aziende e di ristrutturazioni industriali è in corso. Decine di migliaia di posti di lavoro sono in pericolo.

Che la crisi sia grave e profonda è testimoniato indirettamente dalla ripresa di interesse per gli scritti di Marx sia tra i giovani che nell’ambiente accademico, registrata dai consuntivi sulle vendite delle case editrici. Questo porta alla curiosa conseguenza che non passa giorno che qualche giornale, in Germania, America, Russia o Italia non pubblichi il suo bravo articolo in cui si giudica Marx "assolutamente inadeguato" a spiegare la crisi economica che affligge il mondo dallo scorso anno.

Certo che se le idee marxiste "incontrassero" il crescente malcontento dei lavoratori, dei giovani, di gran parte della stessa piccola borghesia, ci vorrebbe altro che un Berlusconi, un Sarkozy o una Merkel per fermarne l’impeto!

In ogni caso, i presupposti per una nuova stagione di movimenti e di lotte sociali ci sono tutti. Le proteste del mondo della scuola contro i decreti Gelmini ne sono, speriamo, solo un anticipo. I dati resi pubblici dall’Ocse sulla crescita della disuguaglianza nel mondo ci portano alle dimensioni internazionali della sperequazione sociale da una parte, ed alle peculiarità di alcuni paesi, tra cui l’Italia, dall’altra.

In Italia, secondo il rapporto Ocse, "le differenze di reddito sono particolarmente ampie: i salari di livello basso sono estremamente ridotti mentre i ricchi hanno standard di vita più elevati rispetto a paesi come la Germania, dove invece le differenze di reddito sono più limitate e dove i salari minimi sono più alti".

Mentre il governo, fiancheggiato dalla grande stampa, continua a cercare i "privilegi" tra le scrivanie degli uffici pubblici, i maggiori centri di ricerca dicono chiaro e tondo che i ricchi se la spassano e continuano a spassarsela. Le grandi ricchezze, i patrimoni, i profitti accumulati in decenni di sfruttamento del lavoro operaio, vengono come sempre ignorati in tutte le disquisizioni e in tutti i provvedimenti di politica economica. Eppure tutti parlano di emergenza, tutti fanno appello a un comune interesse alla ripresa dell’economia nazionale. Tutti vedono che, superato il tabù dell’intervento statale nell’economia, i governi danno soldi alle banche e alle grandi imprese. Ma il tabù rimane per i salari, le pensioni, la scuola e la spesa sanitaria.

Se il potere pubblico può intervenire a favore dei banchieri e degli industriali, potrebbe farlo anche a favore dei lavoratori e della maggioranza della popolazione senza che, per questo, fossero violate le "sacre leggi" dell’economia capitalistica. Basterebbe prendere sul serio la drammaticità della situazione sociale, esasperata dalla crisi, e imporre ai ceti sociali più ricchi una contribuzione straordinaria per garantire, tanto per cominciare, salari minimi decenti e la stabilità dei rapporti di lavoro. Se in Europa e in America si sono costituiti fondi straordinari per il salvataggio delle banche, perché non se ne potrebbe costituire uno, finanziato dai profitti e dalle grandi rendite, per il salvataggio dei bilanci di milioni di famiglie di lavoratori?

Nessuno,al governo o all’opposizione, vuole ovviamente imboccare questa strada che porterebbe ad uno scontro con le classi privilegiate, vale a dire con quegli industriali e con quei banchieri che tutti fanno a gara a corteggiare tanto nei salotti televisivi quanto nelle "cene" private.

Eppure, se il malcontento dei lavoratori avrà la forza di diventare un movimento organizzato, dovrà porsi, presto o tardi, il problema di una propria politica indipendente che contenda la direzione dell’economia ad una classe di parassiti disposta a rovinare il resto dell’umanità pur di restare a galla.