La vittoria di Obama e i commenti italiani
Una "rivoluzione" ben finanziata
La vittoria di Barack Obama e del partito democratico, nelle recenti elezioni americane, è stata presentata da molti commentatori come una sorta di rivoluzione nel quadro politico della più grande potenza mondiale, una rivoluzione i cui effetti benefici non tarderanno a influire anche sul resto del mondo. Una componente importante di questi giudizi attribuisce al colore della pelle di Obama il ruolo di una cartina da tornasole della "stupefacente" capacità di rinnovarsi della società americana. Lo stesso discorso tenuto dal neo-presidente, all’indomani dello spoglio elettorale, rafforza questa interpretazione dell’importanza storica delle elezioni dello scorso novembre: "Yes,we can, possiamo. Cioè è possibile tutto, anche quello che si pensava impossibile, in questa terra promessa delle opportunità che sono gli Stati Uniti d’America".
I nostri sfegatati ammiratori della "più grande democrazia del mondo" non si sono lasciati sfuggire l’occasione di ripetere all’infinito lo stesso concetto, mostrandosi estasiati per questa straordinaria prova di progressismo che è stata niente popò di meno che… l’elezione di un nero (nemmeno poi troppo nero) alla Casa Bianca.
Pochissime voci si sono levate, invece, per far notare quello che un buon sussidiario di storia delle classi elementari è in grado di mostrare con chiarezza: la straordinaria lentezza nella evoluzione "democratica" della società americana. Gli Stati Uniti si sono costituiti come repubblica democratica e indipendente nel 1776 ma hanno avuto bisogno di una sanguinosissima guerra civile, durata quattro anni e conclusa nel 1865, per abolire la schiavitù. Ci sono voluti ancora cento anni perché le segregazione razziale fosse dichiarata illegale in tutto il territorio degli "States", e questo soltanto grazie ad una straordinaria mobilitazione sociale che investì milioni di persone di colore e una minoranza di bianchi progressisti.
Se sono occorsi duecentotrentadue anni alla "più grande democrazia del mondo" per realizzare la piena eleggibilità dei neri alle più alte cariche dello stato, non sembrerebbe davvero un esempio di grande capacità innovativa del sistema americano!
Detto per inciso, queste considerazioni valgono per tutti gli altri stati che si definiscono democratici e che hanno la loro base sociale nel capitalismo. Le dimensioni geografiche e demografiche degli Stati Uniti sono la particolarità che rende ancora più tormentato e faticoso ogni passo verso un regime pienamente democratico. Il fallimento del capitalismo, sul piano della realizzazione dei suoi stessi postulati democratici è qui particolarmente eclatante. Infatti, non avendo un passato feudale e prefeudale ad appesantirne i progressi, le forze economico-sociali scatenate ovunque dalle rivoluzioni borghesi, qui hanno potuto agire senza ostacoli e senza freni.
Sarebbe vano cercare nei commenti dei politici e delle grandi firme del giornalismo italiano una traccia di spirito critico, un qualche serio riferimento alla misura storica. È normale, quindi che tutto sfoci nel ridicolo; è il caso dei commenti a caldo dei politici italiani che cercano, specie nel centrosinistra, di far proprio il responso delle urne d’Oltreoceano. Si va dal decisamente comico di Arturo Parisi, "l’Abruzzo è difficile da riconquistare ma l’Ohio è nostro"all’ispirato di D’Alema, "adesso cambia tutto, possiamo guardare con ottimismo al futuro, il mondo sarà migliore, l’Italia sarà migliore, noi saremo migliori". Per non parlare della festa in piazza del Pantheon a Roma, organizzata dal PD, nella quale Veltroni ha sottolineato quello che secondo lui è un vero e proprio apparentamento tra il suo partito e quello di Obama.
Lo schieramento governativo non si è fatta mancare, naturalmente, la rituale fanfaronata di Berlusconi che ha promesso di dispensare al neo eletto Obama i suoi preziosi "consigli". Gasparri, invece, non ha saputo tenere a freno la sua lingua e ha dichiarato, causando un piccolo incidente diplomatico: "Ora al Qaeda sarà contenta".
Ritornando all’America, l’odiosa politica sociale di Bush ha certamente contribuito a rafforzare, tra i lavoratori e i ceti popolari, le illusioni sul programma elettorale di Obama. Ma aspettarsi dalla prossima amministrazione una specie di socialismo in salsa americana sarebbe veramente un abbaglio. I dati sui finanziamenti della macchina elettorale dei due contendenti, ci mostrano che il denaro della grande borghesia è corso a fiumi verso repubblicani e democratici ma soprattutto verso questi ultimi. La borghesia ha votato con il blocchetto degli assegni prima che con le schede elettorali. Sono i 640 milioni di dollari spesi per sostenere il candidato democratico contro i 360 per McCain che hanno in gran parte predeterminato l’esito delle votazioni.
Il magico momento delle promesse elettorali, quelle che, portate in ogni angolo del Paese da una ben "oliata" macchina propagandistica, gli hanno consentito di vincere l’avversario McCain, è finito per Barack Obama. Il big business imporrà al democratico e giovane presidente la sua agenda. In tempi di crisi questo non può che significare nuovi sacrifici per i lavoratori e nuovi "aiuti" al padronato.
Le grandi banche di investimento, gli "Hedge funds", o i grandi gruppi industriali non hanno certamente "investito" i loro soldi per bearsi dei sermoni del giovane e ambizioso Obama.
Sono loro – il mondo se ne accorgerà presto - gli azionisti di maggioranza, di quella società per azioni che è l’amministrazione americana.