Dopo un’estate di infortuni ripetuti, un autunno di cassa integrazione per 800 operai, forse per 1.500. Probabilmente non è che l’inizio. Ancora non sono chiari gli effetti della recessione, ma a Piombino si muovono in anticipo.

 

INFORTUNI GRAVI E CASSA INTEGRAZIONE PER LUCCHINI, ARCELOR MAGONA E INDOTTO

E’ stata un’estate durissima, con una serie impressionante di infortuni. Ora ci aspetta un autunno denso di incertezza, non solo per i lavoratori Lucchini, ma per tutte e fabbriche del comprensorio.

Non sono passati molti giorni dal 6 ottobre scorso, quando la rappresentanza sindacale ha deciso di mettere in atto alla Lucchini uno sciopero articolato sui vari turni e un’assemblea dei lavoratori, dopo che per tutta l’estate si sono ripetuti continuamente gli incidenti sul lavoro, a partire come al solito dagli impianti marittimi. I rappresentanti Rsu hanno verificato che "si stanno facendo passi indietro, sottovalutando il rischio anche attraverso un mancato coordinamento nella dinamica del lavoro. Si deve lavorare con le pratiche previste, anche se ciò comporta ritardi o fermate nella produzione". (Il Tirreno, 27.9.08)

A luglio, nel giro di una settimana si sono verificati due incidenti gravissimi: il primo a un operaio di 54 anni, che il 24 luglio ha riportato ustioni di 2° e di 3° grado sul 30% del corpo. Mentre usava un cannello a fiamma ossidrica, alcune scintille di acciaio sono penetrate sotto il giubbetto ignifugo, incendiando la maglietta che indossava. Resta da capire perché un indumento di sicurezza non sia in condizione di proteggere da un evento tutto sommato banale, come le scintille prodotte dal taglio di un pezzo di acciaio.

Due giorni dopo questo episodio c’era stata l’indizione di un’ora di sciopero, seguita – nemmeno ventiquattr’ore dopo – da un altro incidente grave, questa volta agli impianti marittimi, teatro negli ultimi mesi di alcuni degli incidenti peggiori. In questo del 28 luglio scorso un operaio di 36 anni è precipitato nella stiva di una nave mentre cercava di sbracare un carico di bramme; l’operaio è rimasto incastrato tra le bramme accatastate e la parete della nave, tanto che è stato possibile liberarlo soltanto con l’intervento dei Vigili del Fuoco. Anche in questo caso il rischio è stato molto serio, e inizialmente si è temuta una lesione alla colonna vertebrale. Agli impianti marittimi si è risposto con un altro sciopero di 4 ore, aggiungendo anche un’ora allo sciopero già previsto per l’infortunio di pochi giorni prima. In quell’occasione, anche le federazioni FIOM, FIM, UILM hanno rilevato che "non è più sopportabile registrare un incidente al giorno. E’ segno che qualcosa non funziona nel piano di sicurezza, e per questo chiederemo un incontro all’azienda" (Il Tirreno, 29.7.08) In realtà non si tratta infatti soltanto degli incidenti più gravi, ma di uno stillicidio sistematico di episodi, che non hanno avuto conseguenze più gravi per puro caso; come quello – avvenuto pochi giorni prima – di un locomotore radiocomandato che si è scontrato con un vagone.

I miglioramenti al "piano sicurezza" evidentemente tardano ad arrivare, se il 5 settembre un operaio del TVE è stato investito da un getto di acciaio incandescente al polpaccio sinistro, il 20 settembre è toccato a un altro operaio del reparto TPP rimanere gravemente ferito a un piede, maciullato da un pezzo di rotaia del peso di cinque- sei tonnellate, precipitato da una gru, il 23 un altro operaio ha rischiato un piede perché un locomotore TMP non ha risposto al suo tentativo di frenata durante l’aggancio di un vagone carico di profilati, e ha sbattuto violentemente sul respingente del carro; il carico ha subito uno spostamento, andando a schiacciare il piede dell’operaio a contrasto tra il profilato e le sponde del ciclomotore. Il 26 settembre, nuovo incidente al pontile Lucchini: di nuovo un volo di cinque metri per un operaio di 33 anni, precipitato nella stiva di una nave durante un’operazione di carico di rotaie. Ancora un intervento dei Vigili del Fuoco e un ricovero al reparto neurochirurgico di Livorno.

In occasione dello sciopero del 6, ancora una volta le Rsu hanno insistito sulle competenze specifiche da cui ogni lavoratore non deve derogare, e sui tempi da rispettare per elevare il grado generale di sicurezza. Difficile compito da osservare, proprio ora che si profila un rallentamento della produzione (ma non dello sfruttamento), con ordini in calo per la crisi nel mercato dell’acciaio. Almeno così raccontano i vertici aziendali, che lamentano la mancanza totale delle commesse, e hanno intenzione di rimetterci il meno possibile. La reazione dell’azienda alla riduzione di ordini infatti è stata immediata: nel giro di una settimana, i vertici aziendali hanno prospettato uno scenario allarmante. Dal 20 ottobre cassa integrazione subito per 400/500 operai, ma con estensione prevista a 800 operai Lucchini e a 700 nell’indotto nei mesi tra novembre e dicembre, qualcosa come un terzo del totale. In pochi giorni si è parlato di fermata all’altoforno, con semplici colate di manutenzione e cassa integrazione per 1.500 operai. Ferie forzate a fine anno (per chi ne ha ancora, probabile cassa integrazione per chi le ha finite), anche per il settore impiegati, con orario ridotto da lunedì a giovedì a partire dal 13 ottobre. Provvedimenti non molto diversi anche alla Arcelor Magona, dove sono già fuori 24 lavoratori interinali. Se i tagli ai salari per la cassa integrazione portano le paghe a 750 euro scarsi al mese, ai lavoratori con contratti atipici non rimane nemmeno questa minima tutela: interinali, apprendisti, dipendenti delle piccole e piccolissime imprese dell’indotto sono senza rete.

Ma con misure di cassa integrazione di queste dimensioni e a questo ritmo, quanto potrà durare?