Mentre esplode ovunque nel mondo la bolla speculativa e la crisi finanziaria, Confindustria prepara il terreno per farne pagare interamente i costi alla classe operaia. Da tempo si mette a punto la riforma del modello salariale. Ora siamo vicini all’epilogo, con la benedizione di Cisl e Uil e l’ultima trincea per la Cgil.
CONTRATTO A PERDERE
Le sconfitte della classe operaia hanno una storia che non comincia ieri. Sarà anche vero che ci vuole una certa distanza dagli eventi per valutare le cose con la dovuta freddezza, oppure è più facile sparare sentenze quando ci si può permettere di non assumersi responsabilità; fatto sta che, a sentir discettare di salari e contrattazione il vecchio leone della Cisl Pierre Carniti, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata il 7.10.08, pare più probabile la seconda ipotesi.
Con il senno di poi, il sindacalista in pensione pontifica su cosa dovrebbe fare o non fare il sindacato al giorno d’oggi, non dimenticando però di rivendicarsi il merito delle prime picconate alla scala mobile, ai tempi del decreto Craxi 1984, che tagliava tre punti di contingenza. E infatti, afferma di non volere un ritorno alla scala mobile (dopo aver contribuito a distruggerla, che dovrebbe dire?) poi si contraddice facendosi una domanda interessante, alla quale ovviamente non sa rispondere: "Qualcuno mi spieghi perché tutto è indicizzato, dai prezzi industriali alle tariffe alle concessioni, meno che i salari".
Domanda accessoria potrebbe essere: e allora, se tutto è indicizzato, perché non indicizzare anche i salari? Risposta abbastanza conseguente potrebbe essere: perché i lavoratori non riescono a mettere in campo una forza sufficiente ad imporre una scala mobile dei salari. Probabilmente difettano – non diversamente dagli anni di Carniti, si potrebbe aggiungere - anche di una rappresentanza efficiente; da questo punto di vista Carniti ritiene di poter dare lezioni, in particolare a Bonanni, che "annuncia la firma della Cisl ancora prima di trattare" (come dargli torto?). E si permette di dare anche qualche saggio suggerimento, ricordando un episodio del 1979 con protagonista Guido Carli, allora presidente di Confindustria. Carniti narra che Carli gli presentò il conto dello spostamento delle quote di reddito durante gli anni ’70, con uno sbilancio di 7 punti dalle quote di ricchezza toccate ai profitti verso quelle destinate ai salari, esigendo un trasferimento di 5 punti dai salari ai profitti. Obbediente, Carniti si dette da fare per accontentarlo, e ci riuscì tanto bene che i suoi successori possono vantare – si fa per dire - un risultato di tutto rispetto: oggi la quota di reddito che va ai salari è scesa di 10 punti, a vantaggio dei profitti e della rendita. A questo punto, ragiona Carniti, sarebbe giunta l’ora di presentare il conto e richiedere un equilibrio; in altre parole è giunta l’ora di cercare di riattaccare con il vinavil gli attributi a suo tempo traumaticamente tagliati. Impresa che i sindacalisti attuali non provano nemmeno a tentare.
Evidentemente Carniti pensa che lui ci riuscirebbe meglio; senonchè non è così semplice. In tutta questa storia non c’è solo un problema di riequilibrio, c’è un problema di tendenza del capitale a ridurre sistematicamente i salari tendendo al minimo possibile (e non c’è un fondo), c’è un problema di rapporti di forza, c’è una classe operaia con una terribile carenza di punti di riferimento, e c’è il problema che le sconfitte pesano. Per cui è abbastanza umoristico assistere alla lezione di chi – come Carniti – per le sconfitte ha lavorato, pur prendendo atto che alcune sue affermazioni meritano almeno una riflessione. Parlando della trattativa sulla riforma del modello contrattuale, afferma tra l’altro: "La verità è che Confindustria e sindacati non stanno discutendo di come aumentare i salari, ma di come proceduralizzare il conflitto sociale". Sarebbe da aggiungere: giacchè c’è, Confidustria tenta di diminuire ulteriormente i salari. E di fronte, al momento in cui scriviamo, si trova soltanto il NO di Cgil, e l’acquiescenza di Cisl e Uil. Non sappiamo se Confindustria riuscirà, e in che modo, a imporre le sue condizioni, se concluderà un accordo separato con Cisl e Uil, se la Cgil resisterà alle pressioni.
Sappiamo comunque che il documento alla base dell’accordo prevede in pratica lo sganciamento della dinamica salariale dal potere d’acquisto, per legarla interamente alla produttività delle aziende. L’inflazione di riferimento è un dato puramente arbitrario, che dovrà essere depurato dagli aumenti dei costi dell’energia e delle materie prime importate; dato che questi costi incidono comunque sul reddito, e più sui redditi da lavoro dipendente che sulle imprese, queste ultime avrebbero la possibilità di rifarsi anche per questa via. Il risultato è una sorta di riduzione programmata dei salari, anche perché la base di calcolo per gli aumenti è molto più bassa di quella utilizzata oggi. Secondo le stime della Cgil, comporterebbe una riduzione degli aumenti che varia, a seconda delle categorie, dal 12 al 30%. Il rinnovo dei contratti si avrebbe dopo tre anni, non più due; senza la garanzia della decorrenza dalla data di scadenza, e senza sanzioni per le organizzazioni industriali che non rinnovano alla scadenza. In compenso sarebbero previste sanzioni per le organizzazioni sindacali, qualora non rispettino le procedure. Anche per la contrattazione di secondo livello, in teoria privilegiata, non c’è nessuna agevolazione: non ci sono estensioni ad ambiti diversi da quello aziendale, e soprattutto nelle vertenze aziendali le deroghe al contratto nazionale sono possibili solo se peggiorative.
Tutto questo mentre incombe la recessione, le cui dimensioni ancora non sono quantificabili, ma che già comporta crisi della produzione, ricorso alla cassa integrazione, aumento del precariato.